Un progetto dell’Associazione Culturale Montegonzi
“Han giudizio, e non son gonzi
quei Toscani bevitori,
che tracannano gli umori
della vaga e della bionda,
che di gioia i cuori innonda,
malvagia di Montegonzi;
allor che per le fauci, e per l’esofago
ella gorgoglia e mormora,
mi fa nascer nel petto
un’indistinto incognito diletto,
che si può ben sentire,
ma non si può ridire.”
Questa citazione della Malvagia di Montegonzi fatta da Francesco Redi nel suo Bacco in Toscana del 1685 (vv.204-215) ci dimostra che in quel periodo la Malvasia di Montegonzi era sicuramente tra i vini più pregiati del Granducato di Toscana. Nel tempo, però, della Malvagia di Montegonzi si sono praticamente perse le tracce, sia in letteratura, che in viticoltura. Fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, quando il Dr. Paolo Storchi, direttore dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Arezzo, non ha avviato un lavoro di recupero, conservazione e studio di questo vitigno. Nel suo articolo, pubblicato nel 2005, lo Storchi ci descrive come, per il suo studio, furono individuati 18 ceppi secolari di Malvagia, presso vecchi coltivatori di Montegonzi, nello specifico in una vigna de La Forra, di proprietà Galeffi. Il progetto prevedeva un confronto dei campioni di Malvagia di Montegonzi con quelli di Malvasia Bianca Lunga (vitigno presente nel Catalogo Nazionale Italiano delle varietà di vite) a diversi livelli: ampelografico (morfologico), genetico (analisi del DNA), aromatico e sensoriale (sui vini prodotti con questi vitigni).
Le conclusioni dello Storchi dimostrano scientificamente che la Malvagia di Montegonzi è un biotipo locale della Malvasia Bianca Lunga (sono geneticamente due gemelle, diverse per carattere). Per tale ragione la Malvagia di Montegonzi è stata iscritta al Repertorio dell’Istituto della Regione Toscana, come vitigno a rischio estinzione.
Questo biotipo, i primi anni 2000, è stato propagato, cioè reimpiantato dall’Azienda Agricola I Selvatici, che ne ha ricavato un vino, la Malvasia, tuttora in produzione. La Malvagia di Montegonzi viene adesso coltivata ed impiegata anche dall’azienda Campo del Monte di Terranuova B.ni (che produce sia un vino, che un Vin Santo) e dalle aziende cavrigliesi, Tenuta di San Jacopo e Agricola Semboloni.
Ma a Montegonzi, in paese, se ne sono perse le tracce. O quasi…Perché se parli della Malvagia con i più anziani, tutti hanno qualcosa da dire in merito. Così, tra una chiacchera e l’altra, siamo venuti a sapere che in Camenata, Paolo Zamboni ha ancora delle viti di Malvagia di Montegonzi, che coltiva con cura per produrre “in casa” il suo Vin Santo; e qualche vite di Malvagia di Montegonzi sopravvive a Ruzzalepre, dove Leonella Valentini, con l’aiuto di Gino, conserva ancora le piante del babbo Gelio.
Perciò abbiamo pensato: perché non “riportare a casa” la Malvagia di Montegonzi? Ecco l’obiettivo del progetto: ristudiarne le origini, la storia della sua coltivazione nel nostro territorio, la produzione, per arrivare poi a reimpiantarla nei campi intorno al borgo. Non un’operazione economica, ma un progetto di partecipazione condivisa con la popolazione, per recuperare un pezzo della nostra memoria storica.
Che sia chiaro, a Montegonzi, nelle discussioni affrontate in varie sedi, nei mesi scorsi, si sono confrontate posizioni diverse: quelle degli entusiasti (soprattutto tra i giovani), quelle degli scettici (trasversali) e quelle dei pessimisti (sostenute soprattutto dagli anziani con frasi ad effetto del tipo: “La terra è bassa, Le viti sono difficili da coltivare, Non ne vale la pena, Voi giovani non siete abituati a durare fatica e lavorare nei campi…”
Nessuno si è però dimostrato contrario all’idea, perciò siamo andati dalla massima autorità del settore (e chi se non il Dott. Paolo Storchi?) chiedendogli qualche consiglio ed un supporto operativo. E abbiamo conosciuto una persona eccezionale, uno studioso di fama internazionale, nonché un appassionato di Malvasia.
Tutto era pronto, mancava solo il primo passo, che abbiamo fatto sabato scorso, dando inizio al νόστος, il viaggio di ritorno, della Malvagia di Montegonzi. Il Dr. Storchi è venuto a Montegonzi e abbiamo campionato 5 viti (4 in Camenata e 1 a Ruzzalepre). Sui campioni sarà effettuata l’analisi del DNA, presso il laboratorio dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Arezzo, per avere conferma che i campioni appartengano al biotipo della Malvagia di Montegonzi. Una volta avuta conferma (come ci auguriamo!) avvieremo ad inizio 2024 le procedure per la propagazione (reperimento dei cloni e delle marze, innesto, porta innesto e tutto il necessario) presso un vivaio. E se tutto andrà come deve, l’anno prossimo (2025) potremo reimpiantare le barbatelle innestate quest’anno.
Lo faremo di sicuro in Camenata, dove Davide ha già manifestato la sua disponibilità ad ampliare la vigna del babbo Paolo, ma soprattutto lo faremo a La Forra, da dove l’ultima vite di Malvagia di Montegonzi ha lasciato il paese, circa trenta anni fa. Ernesto Benini, proprietario dell’azienda agricola ha dato, con grande entusiasmo, la sua disponibilità ad ospitare nei suoi terreni una piccola vigna di Malvagia di Montegonzi, che sarà adottata dall’Associazione Culturale Montegonzi. E lì chiuderemo il cerchio. Ci manca solo di trovare il nome di questa vigna, ma un’idea ce l’abbiamo già: Vignagonza!
P.S. E se qualcuno dei montegonzesi volesse dei cloni di Malvagia di Montegonzi, per impiantarli nei propri terreni, non ha che da chiederlo.